Il maxi-vertice “C5+1”[1] che si è svolto a Washington, a novembre scorso, tra i cinque leader dell’Asia centrale e Trump, ha riaffermato la volontà degli Stati Uniti di stabilire la propria influenza in una regione tradizionalmente sotto il dominio russo e sempre più intrecciata con le reti economiche della Cina.
Nel “grande gioco” del XXI secolo, Trump mira a trasformare l’Asia Centrale in un bastione economico occidentale nel cuore dell’Eurasia, indebolendo il duopolio russo-cinese e assicurando agli Stati Uniti una posizione di vantaggio nella transizione energetica globale.
I presidenti dell’Asia Centrale incontrano il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Washington, D.C., il 6 novembre
L’evento conferma l’interesse strategico crescente degli Stati Uniti nella regione centroasiatica, che Trump ha definito “una regione estremamente ricca”, e sancisce il passaggio da un approccio di natura prevalentemente diplomatica e di “soft power”, incentrato su stabilità e cooperazione securitaria, a una strategia aperta a finalità geoeconomiche più dirette.
Va anche detto che l’Asia Centrale, grande quasi quanto l’UE, ma con solo circa 84 milioni di abitanti[2], è senza sbocco al mare ed è incastonata tra paesi che hanno rapporti tesi con l’Occidente: la Russia a nord, la Cina a est e l’Iran e l’Afghanistan a sud. Tuttavia, situata lungo la Via della Seta per secoli, la regione sta cercando di rivitalizzare il suo ruolo storico come snodo commerciale, stringendo diverse partnership per liberarsi dalla dipendenza da Mosca.
In questo contesto, chi ci guadagna?
Durante il vertice di Washington sono stati annunciati numerosi accordi in base ai quali Trump, nel tentativo di spezzare il monopolio della Cina, ha ottenuto l’apertura allo sfruttamento di importanti giacimenti minerari nella regione, da parte delle aziende a stelle e strisce. In cambio, gli Stati Uniti hanno offerto opportunità di
investimenti negli States in diversi settori cruciali, inclusi l’automotive, l’aviazione e il digitale, oltre ad aver concordato la vendita di decine di jet Boeing.
Alla luce di questa dinamica, le repubbliche centroasiatiche emergono non più come attori marginali ma come nodi potenzialmente decisivi nella ristrutturazione delle catene globali del valore e nella competizione geopolitica eurasiatica.
Innanzitutto, vediamo che il controllo e la diversificazione delle catene di approvvigionamento di terre rare, minerali per batterie e uranio sono ora percepiti come componenti essenziali della sicurezza nazionale e industriale; ciò spiega l’interesse dell’amministrazione e delle imprese statunitensi nel promuovere catene integrate che comprendano esplorazione, estrazione, raffinazione e trasformazione locale.
Senza sottacere, poi, l’interesse crescente per la cooperazione tecnologica, in particolare nei settori dell’energia verde, dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione delle infrastrutture, si nota come la focalizzazione su corridoi logistici alternativi, con particolare attenzione al Trans-Caspian Middle Corridor, ovvero il Middle Corridor, rifletta l’intento di creare rotte commerciali meno vulnerabili all’influenza russa o cinese, aumentando così la resilienza delle forniture verso il mercato europeo e oltre.
Rafforzare i collegamenti di trasporto darebbe agli Stati Uniti un’opportunità per approfondire il loro ruolo nello sviluppo economico dell’Asia centrale. In questo ambito sono state evidenziate opportunità concrete per il coinvolgimento degli Stati Uniti nel miglioramento di ferrovie, porti e sistemi doganali lungo il Middle Corridor. Trattasi di progetti che amplierebbero l’accesso ai mercati per le aziende americane. Citiamo, come esempio, il recente accordo da 4,2 miliardi di dollari tra Stati Uniti e Kazakistan per locomotive, che mostra come questa cooperazione possa funzionare nella pratica.[3] L’accordo, oltre alla fornitura di nuove locomotive, riguarda anche i servizi di manutenzione sia per queste locomotive che per la flotta ferroviaria esistente del paese.
Vediamo, quindi, che sono tre le direttrici – materie prime critiche, logistica e tecnologia – che costituiscono il nucleo delle trattative contemporanee dove, per le repubbliche centroasiatiche si apre una finestra di opportunità, potendo non solo massimizzare il loro ruolo geopolitico e strategico, ma anche cercare di differenziare i partner commerciali, per ottenere maggiori investimenti utili allo sviluppo infrastrutturale e socioeconomico locale.
In aggiunta, sempre durante il vertice di Washington, il passo più simbolico è arrivato dal Kazakistan, che ha aderito agli Accordi di Abramo, normalizzando così le relazioni con Israele. Un gesto che intreccia diplomazia e strategia, rafforzando il legame tra la nuova alleanza mineraria e la rete di normalizzazione tra Israele e i Paesi musulmani, sostenuta da Washington. Trump ha anche capito che è proprio il Kazakistan il paese chiave da corteggiare, essendo uno dei più rilevanti sul piano strategico della regione e, soprattutto, il più vasto e ricco di risorse minerarie[4].
A tale proposito, però, va anche detto che, nonostante la ricchezza del proprio sottosuolo, né il Kazakistan né gli altri paesi dell’Asia Centrale dispongono delle infrastrutture indispensabili per estrarre e lavorare i minerali sui quali si concentra la competizione internazionale. Di qui la necessità di attrarre gli investimenti stranieri e la realizzazione delle necessarie infrastrutture. Viceversa, gli Usa, aumentando i propri investimenti, soprattutto in Kazakistan, non mirano soltanto ad affrancarsi dal monopolio cinese sul controllo delle terre rare, ma sperano anche di convincere gradualmente i 5 paesi centroasiatici ad entrare a far parte di un sistema di alleanze, alternativo a quello che ruota intorno a Pechino e a Mosca.
E l’Unione europea?
Intanto c’è da dire che i vertici comunitari paiono essersi accorti del potenziale strategico della regione abbastanza tardi. A gennaio 2024, hanno promesso investimenti per 10 miliardi di euro in mobilità sostenibile attraverso il corridoio transcaspico. Lo scorso aprile Ursula von der Leyen ha annunciato altri 12 miliardi per la cooperazione su materie prime critiche ed energia, iniziando così a puntare sull’export del green tech made in EU verso l’Asia centrale, per concentrarsi quindi in maniera esplicita sulle terre rare.
Per ora, l’UE può tirare un sospiro di sollievo visto che il pericolo di uno stop totale delle importazioni dalla Cina è stato scongiurato. Però, mentre gli Stati Uniti di Trump hanno fatto la loro mossa, quale carta giocheranno invece i Ventisette?
Per il momento, sappiamo che lo scorso novembre si è tenuto a Tashkent (Uzbekistan) il 3° Forum economico UE-Asia centrale che ha riguardato progetti congiunti in settori economici prioritari, come lo sviluppo della rotta di trasporto internazionale transcaspica e le opportunità nell’ambito dell’iniziativa Global Gateway dell’UE per migliorare il potenziale di transito regionale. In questo ambito, è stato ospitato il Trans-Caspian Transport Corridor and Connectivity Investors Forum, teso a rafforzare la cooperazione in materia di investimenti dell’UE con i governi partner e il settore privato lungo l’intero corridoio che collega l’Europa all’Asia centrale. Durante l’evento è stato però rimarcato che, nonostante la buona volontà politica e la complementarità con le strategie del Global Gateway e delle reti TEN-T dell’UE, l’attuazione dei progetti previsti per la realizzazione del corridoio è in ritardo e che il successo di questa iniziativa dipenderà dalla capacità di trasformare dichiarazioni in progetti sostenibili, strutturati e bilanciati.
Un’ultima considerazione riguarda, infine, il Caucaso a cui Trump, oltre all’Asia Centrale, ha rivolto recentemente le sue attenzioni. Ad agosto scorso ha promosso, alla Casa Bianca, la firma di un accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan, dopo decenni di guerre e contrasti tra i due paesi, grazie al quale “gli Stati Uniti hanno ottenuto i diritti esclusivi di sviluppo per i prossimi 99 anni del corridoio di Zangezur, un’area di transito strategico nella regione, rinominata Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP)” come riferito da Eastjournal del 18 agosto scorso. Accordo che segna un’espansione dell’influenza statunitense nella regione del Caucaso, ricca di risorse energetiche e attraversata da oleodotti e gasdotti, a spese non solo della Russia ma anche dell’Unione Europea.
È interessante notare che la strada che porta gli Usa nel Caucaso è costituita dal controllo di soli 43 chilometri di ferrovia che, una volta costruita, connetterà il Caspio con la Turchia e dunque con l’Europa, aggiungendo in tal modo un’altra rotta attraverso il Caucaso, verso il Corridoio Centrale, che collega la Cina all’Europa.
Per realizzare quest’opera Armenia e Stati Uniti creeranno un consorzio che sarà il costruttore e il principale operatore non solo del passaggio ferroviario, ma potrà anche costruire e gestire oleodotti, cavi elettrici e infrastrutture energetiche, come riportato da Railfreight di novembre scorso.[5]
Trump con il PM armeno Nikol Pashynian alla Casa Bianca, agosto 2025
Ora, a parte la realizzazione del corridoio di Zangezur, prevista in circa due anni, molto resta ancora da fare da parte degli Stati Uniti, che dovranno comunque restare attivi nella regione, anche se privi di strumenti che, oggi, sarebbero stati utili per garantire il successo dell’accordo di pace.
Per concludere, con questa recente iniziativa, il messaggio che gli Stati Uniti hanno voluto lanciare è chiaro: la prossima fase della cooperazione tra Stati Uniti, Asia centrale e Caucaso sarà definita non solo da ferrovie e oleodotti, ma anche da reti in fibra ottica, data center e sistemi di intelligenza artificiale, determinanti per la realizzazione dell’infrastruttura digitale del XXI secolo.
Ovviamente da Mosca e Pechino si guarda con malcelato fastidio a queste “intromissioni”, ma al momento sembra si tratti di una dinamica difficilmente arginabile. (m.d.f.)
[1] Il vertice riunisce Stati Uniti, Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan e Turkmenistan
[2] Rapporto del “Center for Strategic and International Studies” (CSIS) – 4 novembre 2025
[3] https://www.ice.it/it/news/notizie-dal-mondo/292487
[4] Kazakistan e Stati Uniti hanno firmato a Washington 29 accordi per un valore di 17 miliardi di dollari, in settori chiave tra cui
industria, digitalizzazione, istruzione e sanità – The Astana Times 7 novembre 2025
[5] www.railfreight.com



