Il 13 febbraio scorso la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha partecipato, ad Addis Abeba, al secondo Summit Italia-Africa, ospitato dall’Etiopia in corrispondenza della riunione plenaria della 39ma sessione ordinaria dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana, al quale la Premier è intervenuta in qualità di ospite d’onore. Un riconoscimento, quest’ultimo, di indubbio peso politico, soprattutto tenuto conto delle relazioni non sempre facili tra paesi africani e partner occidentali.
La presenza di un Paese straniero al summit dell’Unione Africana, caduto un giorno dopo l’iniziativa italiana in Africa, è un fatto rarissimo, a dire degli esperti delle dinamiche politiche del continente. Un grande segnale politico di fiducia e di apprezzamento per il lavoro italiano.
L’Africa è tornata, così, al centro degli interessi italiani, consolidando la strategia di Roma che, con il Piano Mattei, punta ad un’idea di rinnovata collaborazione nel Continente; un continente prioritario e in profonda evoluzione, come testimonia la recente intervista del Ministro degli Esteri – Antonio Tajani su Avvenire e come affermato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel suo discorso di Addis Abeba [1]“un Continente ricco di risorse, materie prime, e terre coltivabili e che può contare su una forza dirimente nell’epoca del sapere, ovvero il capitale umano”. Per un quadro completo relativo agli sviluppi macroeconomici, prospettive e performance di crescita di ogni singolo stato africano si rimanda all’ African Economic Outlook 2025.[2]
Essenzialmente, con l’intensificarsi della concorrenza globale, l’Italia sta riposizionando l’Africa al centro della sua politica estera ed economica, collegando infrastrutture, risorse critiche e sicurezza, attraverso il suddetto Piano.
Sempre secondo Tajani, “il Piano Mattei incarna una strategia fondata su questi principi: una cooperazione concreta e un dialogo politico costante. L’obiettivo è finanziare – grazie a una dotazione iniziale di 5.5 miliardi – progetti che rispondano a bisogni concreti, identificati insieme ai partner africani”.[3]
La scelta di Addis Abeba e la decisione di tenere il summit in concomitanza con il vertice dell’Unione Africana enfatizza uno degli obiettivi strategici del governo italiano, che è quello di fare dell’Italia “il ponte privilegiato tra Europa e Africa”, trasformando questa posizione di “ponte” in una leva geopolitica attiva.
Innanzitutto, il vertice al Convention Center di Addis Abeba ha costituito il momento per un bilancio, con l’obiettivo di fare il punto sui risultati conseguiti in questi anni dal piano Mattei per l’Africa, raccogliere il riscontro dei partner africani e individuare insieme le priorità operative e le modalità di lavoro per le fasi successive. Allo stesso tempo, si è palesata anche l’ambizione di estendere la platea dei partner oltre i 14 Paesi già aderenti[4], investendo su vari settori, che vanno dall’energia all’agricoltura, allo sviluppo dell’AI e dominio spaziale etc., attraverso una struttura finanziaria innovativa.
Quindi, a due anni dal suo lancio, il Piano Mattei, voluto dal governo italiano, viene sottoposto a una “revisione” politico-operativa, tesa a verificare, non solo, in che misura gli impegni annunciati si siano tradotti in risultati concreti, ma soprattutto quale direzione stia effettivamente prendendo la strategia italiana nel continente africano.
È anche giusto ricordare che, dopo due anni di bilaterali, studi e ritocchi al Piano, l’industria estrattiva è sempre stata, soprattutto in Africa, foriera di un approccio predatorio da cui il piano vuole prendere le distanze: devastazione ambientale, contributo alla crisi climatica, violazioni dei diritti umani, debito. Fugare, pertanto, ogni dubbio che questa possa essere supportata finanziariamente dal Piano Mattei sarebbe davvero un approccio nuovo di porsi nei confronti dei paesi dell’Africa.
A supporto di questa tesi, si nota che le principali testate estere, dal quotidiano francese Le Monde all’agenzia statunitense Associated Press, leggono l’appuntamento di Addis Abeba come il tentativo di Roma di stabilire un nuovo paradigma di cooperazione, basato su investimenti paritari anziché su logiche assistenziali e predatorie. È davvero così?
A questo proposito, occorre ricordare le polemiche seguite al primo summit romano nel 2024, criticato per il limitato coinvolgimento diretto dei leader africani nella fase di definizione del Piano, che rischia così di non coinvolgere adeguatamente partner africani e società civile locali nella definizione dei progetti, potendo apparire un’iniziativa top-down piuttosto che una vera co-progettazione.
Ecco allora che, nel suo intervento di apertura del Vertice Italia-Africa[5], la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affermato che con il Piano Mattei “abbiamo assunto un impegno molto ambizioso, e cioè costruire un modello completamente diverso di cooperazione, fondato sulla fiducia e sul rispetto reciproco”, ribadendo l’idea di una cooperazione “da pari a pari”, priva di “tentazioni predatorie” e lontana da approcci paternalistici.
Il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni con il Presidente dell’Angola João Lourenço (a sinistra) e il Presidente della Commissione dell’Unione Africana Mahmoud Ali Youssouf
Ora, al di là della retorica, il Piano è un progetto ambizioso, con obiettivi molteplici e complessi, che ha mobilitato miliardi di euro di risorse pubbliche e private, grazie anche alla collaborazione con la Banca Mondiale, la Banca Africana di Sviluppo, Undp[6] e altri partner finanziari, contribuendo alla realizzazione di progetti con impatto sociale concreto.
Proviamo solo a fare una sintesi dei progetti attuali e in fieri, più significativi, come: la centrale fotovoltaica e di stoccaggio di energia ad Assuan in Egitto, il collegamento elettrico sottomarino “Elmed” tra Italia e Tunisia e il finanziamento da 150 milioni di euro al Kenya per sostenere le strategie climatiche.
Accanto ai grandi progetti energetici, l’Italia partecipa alla “Alliance for Green Infrastructure” in Africa e ha contribuito alla creazione di uno “Special Fund” presso la Banca Africana di Sviluppo per sostenere rinnovabili, acqua e trasporti sostenibili.
Ai progetti di punta sul fronte energetico si affiancano quelli riguardanti l’agricoltura e la sovranità alimentare: un polo agro-industriale e il programma di elettrificazione “NEDA” in Costa d’Avorio[7], in Algeria un progetto di agricoltura rigenerativa su terreni semi-aridi, mentre nel sud algerino è prevista l’apertura di un centro d’eccellenza per la formazione di tecnici, specie in campo agricolo, con l’obiettivo di fare dell’Algeria un Paese esportatore. In Mozambico è in programma un polo agroalimentare mentre in cinque Paesi pilota dell’Africa orientale il progetto sulla filiera del caffè.
Completano il quadro i programmi di sostegno al sistema sanitario, oltre a interventi ambientali e idrici attivi in Etiopia.
Tra i progetti simbolo figura il “Corridoio di Lobito” (infrastruttura di 1.600 chilometri che collegherà l’Africa dall’Angola allo Zambia e Tanzania, passando per la Repubblica democratica del Congo) finanziato dal Global Gateway e dagli Stati Uniti (in ottica anticinese; in passato la Cina ha costruito la “ferrovia Tazara” per poter collegare le miniere dello Zambia alla Tanzania).
Fonte: the Africalogistics.com
L’importanza del Corridoio è quella di aver contribuito alla fase di progressiva proiezione internazionale del Piano Mattei, avviata dall’Italia nel summit di Roma del giugno 2025. A ben vedere, il corridoio, sostenuto da partner europei, statunitensi e africani, incarna un approccio alternativo alla competizione sulle risorse: integra infrastrutture, accesso ai minerali critici e sicurezza economica condivisa, riducendo le dipendenze da filiere e rotte dominate dalla Cina. In questa logica, il Piano Mattei si configura sempre più come uno strumento geopolitico, capace di collegare Africa, filiere strategiche e posizionamento internazionale dell’Italia.
In concreto, a fronte dei progetti elencati sopra, il bilancio che Meloni ha presentato al Vertice di Addis Abeba indica che, dei 5,5 miliardi di euro annunciati nel 2024, sono stati mobilitati finora oltre 1,3 miliardi. Le risorse provengono dal Fondo italiano per il clima (800 milioni deliberati), dal “Plafond Africa” di Cassa Depositi e Prestiti, dall’IFAD, dalla cooperazione con istituzioni multilaterali come la Banca Mondiale e da una linea multinazionale attivata con la Banca Africana di Sviluppo. Una modalità innovativa: a ogni euro investito da Roma corrisponde un cofinanziamento dell’istituzione africana, generando un effetto leva che ha già attirato contributi di paesi come Emirati Arabi Uniti e Danimarca.
C’è da dire però che, nonostante i buoni risultati della recente missione in Africa e l’annuncio di risorse mobilitate, anche con l’aiuto di nuovi partenariati finanziari, secondo vari analisti, permangono alcune criticità.
Nei fatti, sempre secondo osservatori e comunità accademiche, la quantificazione puntuale degli investimenti effettivamente erogati, la ripartizione per paese e i criteri di selezione dei progetti restano elementi poco dettagliati, a fronte della necessità di maggiore trasparenza su criteri, procedure e valutazioni di impatto, sia in termini economici sia ambientali.
E c’è anche chi avanza più di una riserva sull’efficacia e la sostanza del “cambio di paradigma” proclamato dall’iniziativa governativa durante il Vertice, come il capo del Programma Africa del Centro Studi Ispi – G. Carbone – secondo il quale, oltre a “una maggiore trasparenza, maggior accesso a informazioni chiare su criteri, procedure, progetti, e sulla loro portata e efficacia”, “è necessaria una maggiore consapevolezza sugli investimenti che si vanno a sostenere e sulle ricadute effettive sulle economie continentali, per essere certi che siano benefiche”. Infatti, è proprio il tema della trasparenza a costituire l’elemento di criticità, frequentemente richiamato da osservatori, analisti e operatori del settore, in quanto restano limitate e frammentarie le informazioni pubblicamente accessibili su criteri di selezione dei progetti, procedure di allocazione dei fondi, meccanismi di monitoraggio e risultati effettivamente conseguiti.
Un’altra contestazione riguarda, poi, la carenza di iniziative e impulso politico sulla transizione ecologica, rivendicate da Meloni, mentre il Piano sembra difettare ancora di un “quadro strategico chiaro che costruisca benefici condivisi e di lunga durata”, fa notare Giordano di Ecco – Centro Studi specializzato in questioni climatiche. Si ha quindi l’impressione che il Piano funzioni dal punto di vista politico, mentre dal punto di vista pratico, “è più difficile capire quali progetti vanno avanti e quali sono incagliati”, poiché su 64 iniziative, sarebbero 29 quelle concrete, rendendo così difficile concretizzare il successo del piano Mattei oggi, riflette il direttore della rivista specializzata “Africa e Affari” Massimo Zaurrini.
A questo proposito, fonti diplomatiche assicurano più velocità nel 2026, visto che la “messa a terra ora è finita” e gli intoppi burocratici a livello italiano ed africano dovrebbero ridursi. Vedremo.
Tutto ciò, senza considerare poi che il Piano Mattei, pur dotato di un ammontare di risorse significative (circa 5,5 miliardi di euro complessivi), rischia di essere insufficiente per affrontare le dimensioni delle sfide africane, soprattutto se confrontato con investimenti cinesi o multilaterali[8].
A onore del vero, però, nonostante le criticità esposte sopra, un risultato certamente significativo è stato raggiunto con la firma a Misurata di un progetto di sviluppo del porto libico. Un progetto che si inserisce nel quadro del Piano Mattei per l’Africa e che vede coinvolta MSC del Gruppo Aponte, attraverso Terminal Investment Limited (TiL), in partnership con Misurata Free Zone e la società qatariota Al Maha Qatari Company.
A gennaio scorso, in occasione della cerimonia per la posa della prima pietra per l’ampliamento del terminal container, Aponte – presidente del gruppo MSC – ha sottolineato che “MSC contribuirà a fare di Misurata uno dei principali progetti di espansione di infrastrutture portuali in Nord Africa e di partecipare così alla concretizzazione della visione del Piano Mattei per l’Africa intrapresa dal Governo italiano” (Repubblica A&F del 18 gennaio 2026). Il progetto prevede l’ampliamento del terminal container esistente con infrastrutture di ultima generazione e investimenti pensati per aumentare la capacità portuale e i traffici merci. “Il terminal container di Misurata ha tutto il potenziale per continuare a crescere passando dagli attuali 650mila teu fino a un milione e 500mila teu all’anno”, continua Aponte.
Fonte: Africarivista – Terminal container di Misurata
Secondo alcune stime, gli investimenti per lo sviluppo del porto della Zona franca di Misurata, nel nord-ovest della Libia, potrebbero raggiungere 2,7 miliardi di dollari in tre anni, rendendolo uno dei più importanti progetti di espansione delle infrastrutture portuali del Nord Africa.
Il progetto ha anche una forte valenza politica, innanzitutto perché in lizza per la realizzazione c’erano altri attori di rilievo quali la Francia e la Turchia, ma anche perché costituisce un punto di forza per il governo italiano circa la strategia del Piano Mattei. A ben vedere, grazie a questo progetto, visto come uno dei tasselli concreti del Piano, viene ripensato il ruolo della Libia nelle catene globali del valore, rafforzando la centralità del Mediterraneo come spazio di connessione tra le due sponde. Trattasi di una operazione dove, il fine ultimo dell’Italia è quello di porsi come un hub di riferimento per commercio ed energia che unisce Africa ed Europa.
C’è anche da dire che l’operazione su Misurata si inserisce inoltre in un delicato equilibrio di interessi, con la Turchia tra gli attori più presenti e influenti in Libia, che utilizza le infrastrutture per i propri commerci e interessi economici; aspetto quest’ultimo da non sottovalutare, anche alla luce dei traffici tra la Turchia e il Porto di Trieste.
Per concludere, se è vero che stiamo assistendo ad un nuovo protagonismo di paesi finora relegati a ruoli di secondo piano e, nonostante il Piano Mattei non sia più un’iniziativa solo italiana, ma una strategia di respiro europeo e internazionale – come sottolineato da fonti diplomatiche -, che può contare su sinergie strutturate a vario livello, con l’Unione Europea attraverso il Global Gateway, il G7, l’Unione Africana, le Istituzioni internazionali e molteplici partner a livello bilaterale, resta ora la prova dell’attuazione concreta del Piano, consapevoli che il cammino è ancora lungo e che non sarà di sicuro un percorso lineare.
Ciò detto, senza tentare di trarre conclusioni in merito al successo del Piano Mattei, bensì, sulla base degli elementi fino ad oggi resi noti, lasciamo che ognuno faccia una propria riflessione, pur consapevoli che la sua credibilità sarà misurata sulla coerenza degli investimenti, sulla trasparenza dei processi decisionali e sulla capacità di produrre benefici ambientali e socioeconomici verificabili nel medio-lungo periodo. Dimostrando, in tal modo, che l’impegno del nostro Paese verso l’Africa rappresenta una scelta strategica, capace di coniugare stabilità regionale, sviluppo condiviso e rilevanza geopolitica nel Mediterraneo allargato. (m.d.f.)
Nota – Si segnala il Forum Internazionale “A bridge to Africa” che si terrà alla Spezia – 8-10 aprile 2026[9], quale momento di confronto ad alto livello tra istituzioni, imprese e stakeholder internazionali; anche alla luce della recente visita della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Algeria, che arriva in un momento in cui gli effetti della guerra in Medio Oriente si ripercuotono sul comparto energetico. Visita che ha visto al centro dei colloqui con l’omologo algerino, Abdelmajid Tebboune, la difesa degli interessi nazionali e la questione degli approvvigionamenti energetici.
[1] https://www.governo.it/it/articolo/lintervento-del-presidente-meloni-allassemblea-dei-capi-di-stato-e-di-governo-dellunione
[2] https://www.afdb.org/en/documents/african-economic-outlook-2025
[3] Tajani: «Il Piano Mattei è una priorità strategica. Inaccettabili gli atti terroristici in Nigeria»
[4] Dai 9 Paesi focus iniziali (Algeria, Congo, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Kenya, Marocco, Mozambico, Tunisia) si è già passati a 14 nel 2025, con l’ingresso di Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania, con la prospettiva di un ulteriore allargamento.
[5] https://www.governo.it/it/articolo/intervento-di-apertura-del-presidente-meloni-al-secondo-vertice-italia-africa/31120
[6] Progetti implementati con il supporto Undp per sostenere la crescita industriale guidata dall’AI in Costa d’Avorio, Ghana, Mozambico e Senegal
[7] In Costa d’Avorio Eni, il mese scorso, ha annunciato una nuova scoperta di gas e condensati nell’offshore del Paese; il primo progetto a zero emissioni nette in Africa. Mentre, in Angola, Eni avvierà forniture di gas dal giacimento di Quiluma nell’offshore angolano.
[8] Pechino ha capitalizzato la guerra commerciale scatenata da Donald Trump con interventi per irrobustire un interscambio con l’Africa già nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari. A metà mese il leader Xi Jinping ha ufficializzato l’estensione a 53 Paesi africani della sua politica “zero-tariff” (dazi zero), rimuovendo al 100% le barriere tariffarie e includendo nel pacchetto big locali come Nigeria, Kenya e Sudafrica.




